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18/01/2018 - LA SOCIET└ 2.0

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La società odierna viene vissuta con sentimenti differenti, a volte contrastanti. Innumerevoli scoperte hanno trasformato lo stile di vita di ognuno di noi, indistintamente. Chi avrebbe mai creduto che un giorno avremmo usufruito della cosiddetta “macchina del tempo”? Penserete: “non esiste la macchina del tempo!”. Ma se ci fermassimo un attimo a pensare a tutto ciò che possiamo fare al giorno d’oggi, capiremmo immediatamente che in realtà la nostra macchina del tempo la utilizziamo ogni giorno, in ogni luogo e ad ogni ora, anche se le abbiamo affiancato un nome differente, ovvero: tecnologia.  Con essa abbiamo la possibilità di ritrovarci in posti differenti simultaneamente, di sentire vicino chi è lontano, di ritornare indietro nel tempo per rivivere sensazioni e emozioni legate a ricordi che però con il passare del tempo sbiadiscono e si sente così, il bisogno costante di colorarli ancora, e ancora. Ma come si colorano i ricordi? Rendiamo meno latente un ricordo ogni volta che ascoltiamo musica d’altri tempi, ogni volta che rivediamo foto salvate nella galleria di un cellulare, ogni volta che rileggiamo conversazioni archiviate. Se qualcuno vissuto nell’epoca precedente la nostra, ai tempi, avesse avuto la possibilità di vedere il futuro, ovvero il nostro attuale presente, avrebbe senz’altro pensato: “Sono nato nell’epoca sbagliata”.

Perché allora sentiamo spesso frasi del tipo: “Si stava bene quando si stava peggio”? Principalmente per due motivi: il primo è legato all’apparente sensazione di pienezza che avvertiamo, ci sentiamo pieni degli altri, ma poi quando facciamo i conti con noi stessi l’unica cosa che pesa è la solitudine, quella generata dal mondo virtuale che non combacia mai con quello reale. Così la sensazione di sazietà svanisce e ci ritroviamo affamati d’affetto, di parole, di abbracci (quelli veri); ma ci scopriamo incapaci di saziarci, perché non più abituati. Il secondo invece fa, riferimento alla superficialità tipica del nostro tempo. Dove non “vogliamo” arrivare noi, arriva la tecnologia.

Dovremmo imparare a convivere con quest’ultima, perché preziosa! Ma allo stesso tempo dovremmo cercare di arricchire la nostra quotidianità con la presenza di persone vere, abbracci veri, pensieri veri e non copiati da qualche angolo del web. Purtroppo non si copiano solo pensieri, ma anche personalità. Siamo insicuri. La nostra vita è diventata un palcoscenico, cambia scena e si cambia maschera. Dovremmo ritrovare il coraggio di essere noi stessi, in ogni circostanza, perché riconoscersi allo specchio ogni giorno è un privilegio unico!

Ma queste non sono le uniche controindicazioni che ha prodotto l’era digitale, ne ha generate di altre che implicano lo sfruttamento dell’essere umano e la sua “svalutazione” a livello professionale. Il modello economico che sta a capo di tale situazione viene definito “gig economy”: la domanda e l’offerta si rintracciano tramite apposite applicazioni e il lavoro che viene offerto è saltuario (per maggiori informazioni a riguardo leggere l’articolo “LA RIVOLUZIONE DIGITALE E LE NUOVE FORME CONTRATTUALI del 4/10/2017). La motivazione che dovrebbe essere generata in primis dal lavoro stesso viene a mancare e il lavoratore non ha la possibilità di approfondire le sue conoscenze ma soprattutto, non è tutelato perché non possedendo un vero e proprio contratto nella maggior parte dei casi  non può godere di agevolazioni. Urge pertanto introdurre regole specifiche volte a salvaguardare l’individuo perché tale e in quanto lavoratore.

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