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17/09/2020 - PENSIONI. VECCHIO E NUOVO AL VAGLIO

Dopo la pausa estiva riparte il dibattito tra governo e parti sociali per mettere a punto gli interventi da inserire nella prossima Legge di Bilancio 2021.

Nel 2022, con la fine della sperimentazione della Quota 100 (requisito dei 62 anni di età e 38 anni di contributi), accadrà che da un giorno all’altro (dal 31 dicembre 2021 al primo gennaio 2022) il requisito del pensionamento aumenterà di cinque anni, tornando al requisito anagrafico dei 67 anni della pensione di vecchiaia o quello contributivo per la pensione anticipata (42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne).

Ed è questo il nodo fondamentale che la Manovrà 2021 dovrà sciogliere.

Tra le altre ipotesi, si parla di proroga ed estensione dell’Ape social e Opzione Donna, e il superamento di Quota 100 in fase sperimentale fino al prossimo 2021, meccanismo che consente di andare a riposo con un minimo di 62 anni di età e 38 di contributi.

Ma vediamo quali sono le opzioni al vaglio, tra proroghe e nuove proposte:

PROROGA DI OPZIONE DONNA: forma di pensione anticipata riservata alle lavoratrici donne i cui requisiti siano 35 anni di contributi e un’età anagrafica pari o superiore a 58 anni (per le lavoratrici dipendenti) e a 59 anni (per le lavoratrici autonome), con penalizzazione sull’assegno mensile

PROROGA DELL’APE SOCIAL: consente a determinate categorie di lavoratori (disoccupati, caregiver, invalidi al 74%, addetti a mansioni gravose) di andare in pensione 63 anni, con 30 o 36 anni di contributi.

QUOTA 41 PER I LAVORATORI PRECOCI: al momento questa misura è riservata ai cosiddetti lavoratori precoci ossia quelli che all’età di 19 anni avevano già versato almeno un anno di contributi. Una nuova forma di pensione anticipata basato però sul requisito contributivo (41 anni di contributi), in cui viene eliminato il vincoli di età.

QUOTA 102: meccanismo per andare in pensione prima. La proposta prevede l’uscita anticipata a 64 anni di età con un minimo di 38 anni di contributi (da qui la denominazione Quota 102), accettando un taglio del 2,8-3% del montante retributivo (introdotto nel 1996 dalla riforma Dini) per ogni anno che serve per raggiungere quota 67 anni (ovvero il periodo ordinario per andare in pensione).

La riforma previdenziale interesserebbe circa mezzo milione di italiani, e di questi una buona fetta potrebbe accedere all’assegno pensionistico con 3 anni di anticipo ma con una riduzione del 3% circa sull’importo del trattamento. L’opzione del pensionamento anticipato previsto da Quota 102 potrebbe divenire uno strumento di ammortizzazione sociale per quelle aziende atte a gestire la crisi aziendale che potrebbe proseguire nei prossimi mesi, soprattutto a seguito della fine dello stop ai licenziamenti introdotto in periodo di lockdown.

Il problema fondamentale restano le risorse necessarie a finanziare sia le due proroghe sia per la riforma vera e propria.

Sul tema della riforma pensionistica, il Segretario Nazionale della F.N.A., Cosimo Nesci, condividendo lo studio avviato dalla Confederazione di appartenenza, la Confsal, sostiene ora più che mai la necessario procedere verso una seria e strutturale riforma del sistema previdenziale, lavorando per un cambiamento concreto che perduri nel tempo, che non sia un provvedimento a scadenza, sperimentale e che consenta ai lavoratori di definire e programmare la propria vita anche in funzione di quella pensionistica. Deve venir meno l’incertezza della normativa pensionistica e il repentino cambiamento dei requisiti di accesso ai benefici pensionistici.

Per questo è necessario intervenire sul funzionamento del sistema pensionistico prendendo come base di determinazione il fattore contributivo: ovvero ogni lavoratore dovrebbe accantonare per sé stesso, ad oggi invece si lavora per pagare le pensioni di chi già le percepisce, un sistema che funziona solo se in un Paese c’è piena occupazione.

La proposta presentata da Confsal è di intervenire sul metodo di calcolo che porta alla quota contributiva accumulata, ovvero utilizzare come aliquota di computo il 50% della contribuzione versata, un’aliquota univoca sia per i dipendenti quanto per i lavoratori autonomi.  In tal modo si otterrebbe un montante più rispondente alla vita lavorativa reale e insieme ripensare il concetto di “aspettativa di vita” (altro elemento portante nel sistema pensionistico attuale) e rapportarlo in primis alle tipologie di lavori e mansioni svolte.  

Il metodo di pensionamento dovrebbe essere immune al concetto di “quota” e definirsi solo sul requisito anagrafico e del minimo contributivo versato per l’accesso alla pensione di vecchiaia, pensando anche all’introduzione della flessibilità in uscita su base volontaria, a fronte di penalizzazioni accettabili per il lavoratore.

Alla base di ogni ragionamento sul tema pensionistico, il Segretario Nesci ricorda che deve assicurarsi la tutela dei diritti acquisiti dei lavoratori, quei diritti che devono essere riconosciuti e tutelati sia a chi è già in quiescenza sia a coloro che dopo anni di lavoro e sacrificio meritano un pensionamento certo.

 

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