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Martedì 5 Luglio 2022

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01/06/2022 - I GIOVANI VANNO DOVE I SALARI SONO PIÙ ALTI. IN ITALIA IL LAVORO E’ POVERO.

 Dal 1990 a oggi l’Italia è l’unico Paese Ue che ha visto decrescere la media degli stipendi del 2,90%. In Irlanda sono aumentati dell’85%, in Germania del 33,7%, in Francia del 31,1%, in Grecia del 30,5%.

Secondo il Segretario Generale Fna-Confsal Cosimo Nesci “stando a questi dati la questione dirompente oggi e che alimenta i dibattiti, sono i livelli anacronistici degli stipendi italiani. Gli aspiranti lavoratori non sono incentivati a lasciare eventuali sostegni al reddito di cui godono, se ad aspettarli ci sono salari bassi e contratti inadeguati”.

Il Ministro del Lavoro Andrea Orlano ha dichiarato la necessità di adeguare i salari italiani all’inflazione, come una delle condizioni per evitare la recessione.  “Il nostro Paese”, continua il Ministro Orlando – “sconta una perdita di competitività cui si è pensato di far fronte con una flessibilizzazione del costo del lavoro, ma questa strategia non ha funzionato”. Il ministro fa poi riferimento anche al problema dell’aumento del dumping salariale, vocabolo che indica lo sbilanciamento tra lo stipendio percepito da un lavoratore in base alle regole del mercato del lavoro estero, che lo svalutano, rispetto a quanto avrebbe diritto con i parametri del paese di origine, con conseguenze negative non solo sulla retribuzione, ma anche sui diritti dei lavoratori e sulla previdenza sociale.  

Stabilire il principio della parità di retribuzione a parità di condizioni dovrebbe essere per gli Stati UE la via per contrastare questa distorsione del mercato del lavoro. Anche nel dibattito europeo è alta l’attenzione sull’argomento, tanto che si torna a parlare di una possibile introduzione di un salario minimo da garantire per ogni ora di lavoro e della necessità di trovare un equilibrio tra politica, sindacati e imprese. Attualmente le regole sulla retribuzione minima vengono stabilite dalla contrattazione nazionale. E mancano, quindi, nei settori che non sono coperti da CCNL.

L’idea del Ministro Orlando sul tema è arrivare ad una legge definita con un accordo tra le parti sociali coinvolte, imprese e sindacati, estendendo l’applicazione del trattamento economico complessivo dei contratti più rappresentativi di un settore a tutti i lavoratori di quel settore. “Questo non risolverebbe il tema dell’adeguamento all’inflazione, ma comincerebbe ad affrontare la questione del lavoro povero”, ha concluso Orlando. La sfida è qui, nel cercare il bilanciamento tra costo del lavoro e benefici per il lavoratore. Ma certamente non è semplice.

“C’è da dire che il mondo del lavoro in Italia ha problemi sedimentati: alta percentuale di giovani e donne inattivi e disoccupati, salari bassi, condizioni di lavoro che spesso sfiorano l’illegalità per orari interminabili e paghe misere, sono tutti motivi questi che non si attraggono i giovani. E questi sono problemi importanti su cui dobbiamo intervenire", afferma il Segretario Nesci. “Siamo in un momento di cambiamento, lo diciamo da svariati mesi, e questo passaggio deve portare in sé l’adeguamento del mondo del lavoro alla situazione attuale, altrimenti a farne le spese sarà tutto il Paese, che già oggi soffre la mancata competitività rispetto agli atri paesi europei, dove i salari crescono e con essi anche le occasioni che spingono i nostri giovani ad abbandonare il loro paese. A ciò si aggiunge però anche l’inclinazione dei giovani a autoescludersi dal mondo del lavoro, perché adagiati sui sostegni statali come il reddito di cittadinanza. E’ anche vero, però, che il valore del Reddito di cittadinanza cambia in relazione a chi lo percepisce e ne ha vera necessità, come coloro che non riesco a rientrare nel mondo del lavoro ad esempio per età, o per coloro che non sono nei termini del pensionamento. È qui che il reddito assume il significato di sostegno sociale ed economico” conclude il Segretario Nesci. 

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